Berlusconi? Resta una grande risorsa per il centro-destra.
Napolitano? Personaggio dell’anno.
La sinistra? Ostaggio della sua demagogia
Pur senza essere un partito, le lobby – quando serve – sanno proteggere interessi economici e sociali e pesare assai di più che se lo fossero.
C’è chi conta per il numero, come i commercianti; chi per il peso politico, come gli ordini professionali; chi per il peso economico, come i farmacisti o i concessionari autostradali. A loro Monti aveva indirizzato un appello: “Ora dobbiamo avviare una fase organica e ben meditata di riforme, delle quali abbiamo messo i semi in questo decreto (il cosiddetto salva-Italia), ma che vanno sviluppate con coraggio e sistematicità”. Ma in men che non si dica è arrivato il più classico ‘niet’. Del resto, già nel 1967 Alan Greenspan scriveva che “il mondo dell’antitrust ricorda quello di Alice nel paese delle meraviglie, in cui ogni cosa allo stesso tempo apparentemente è e non è”. Il governo Monti forse per un momento si è scordato che siamo uno Stato di diritto moderno appoggiato ad una società civile multiforme, in parte liberale, ma anche strutturata per corporazioni di tipo feudale.
Sembra un controsenso, ma diventa evidente quando il Paese si trova ad affrontare crisi di sistema, siano esse economiche piuttosto che politiche. Quando, cioè, la radicalità dei problemi richiede interventi che – se attuati – finiscono per intaccare le aggregazioni corporative ed i privilegi di chi ne è parte.
Ci siamo già passati
Già poco meno di un secolo fa il liberalismo perse (e così pure lo Stato di diritto), soverchiato da una società civile incapace di assorbire una liberalizzazione economica e da uno Stato refrattario ad una vera democratizzazione. In quegli anni pensatori ‘radicali’ come Gobetti, Gramsci, Salvemini ed Einaudi si schierarono contro il protezionismo e gli interessi corporativi (che allora erano quelli agrari al Centro-Sud e quelli industriali al Nord con, nel mezzo, una classe media che andava assottigliandosi). A risolvere la contesa tra liberalismo e corporativismo fu – come sappiamo – il fascismo, che decretò la sconfitta del primo.
Le corporazioni oggi rappresentano una divisione egoistica della società. Vengono paragonate alle lobby americane, ma il paragone è inappropriato. è vero che si tratta di gruppi di pressione che cercano appoggio nelle istituzioni e in chi fa le leggi. Ma negli Usa restano comunque figlie di una società di mercato e ad essa – piaccia o meno – si devono arrendere quando l’opinione pubblica le osteggia.
Le corporazioni italiane sono invece tutt’altra cosa, non solo perché agiscono prevalentemente nel settore dei servizi e delle professioni, bensì anche perché sono vere e proprie associazioni di stampo medioevale con tanto di licenze pubbliche e norme a riconoscerle. Sono la conseguenza di uno Stato incardinato su una società corporativa ostile al liberalismo.
è questa l’anomalia di uno Stato di diritto liberale in cui però il liberalismo fa fatica a trovare spazio ed anzi viene spesso confuso con l’arbitrio di fare il proprio interesse contro quello altrui.
Differenze evidenti
Le lobby americane sono funzionali ad una società di mercato che tratta la politica come un affare. Le corporazioni sono figlie di una società che teme il mercato e si strutturano come una confederazione di staterelli autonomi: espressione di una società in cui ogni cosa è contrattabile (meno farmacie più lucro per le farmacie esistenti; meno taxi in circolazione più introiti per chi è già dentro…). Tutti interessi non contrattabili salvo subire i loro ‘ricatti’.
è questa la situazione su cui il Paese si è sedimentato: priva di ogni solidarietà e capace di rendere quasiasi governo impotente e ricattabile. In tanti hanno detto che il governo Monti è forte perché ad esso non c’è alternativa. Ma questa sua caratteristica può diventare anche la sua debolezza non potendo permettersi il lusso di esistere solo per colmare un vuoto. È un governo nato per fare in poco tempo quello che i partiti non consideravano nel proprio interesse fare. Infatti è ‘tecnico’ e la sua forza sta nel non doversi poi presentare alle elezioni. Deve saper sfruttare questa peculiarità, altrimenti governare, perché non c’è alternativa, diventerà la ragione di una irrimediabile debolezza.
Autostrade. Va bene trattare col Governo, ma che non si faccia l’Authority
Parlando di autostrade la lobby ha un nome preciso: si chiama Aiscat ed è un’associazione che raccoglie 23
diverse concessionarie che hanno in gestione ben 5.600 chilometri dei 6.500 in totale incasellati. Sono solo il 3% della rete stradale complessiva, ma vi passa il 25% del traffico nazionale. Sono disposti a ‘trattare’ su quasi tutto e con qualsiasi Governo, ma si oppongono con ogni mezzo alla creazione di un’Autorità indipendente cui affidare il compito di regolamentare e, soprattutto, determinare le tariffe. Attraverso la contrattazione con il ministero dei Trasporti, infatti, riescono a spuntare continui aumenti e a fare cartello.
Negozi. Tutti uniti, appassionatamente, a favore dei più piccoli
Contro la liberalizzazione del commercio si schierano tutti. O meglio: tanto le associazioni dei proprietari (a partire da Confcommercio per arrivare a Confesercenti) quanto i sindacati. Tutte le parti, unite contro la grande distribuzione, contestano le aperture domenicali così come il prolungamento degli orari nei centri commerciali che “vanno contro gli interessi delle micro, piccole e medie imprese” e di chi ci lavora.
I commercianti preferiscono di gran lunga il dialogo con le Regioni, con cui è assai più semplice l’azione di lobbing per imporre limiti e regole alle aperture facendo pesare i numeri del consenso elettorale.
Farmacie. Sembrava fatta e invece ancora numero chiuso ed ereditarietà
I farmacisti pesano: più per giro d’affari che per numero (circa 18 mila i titolari di farmacia): solo quello dei medicinali di fascia C (quelli su cui si è afflosciato il tentativo di liberalizzazione di Monti) vale oltre 3 miliardi di euro. Eppure gli iscritti all’Albo dei farmacisti sono ben di più, oltre 80 mila, ed il solo modo di trovare lavoro per loro sarebbe attraverso la grande distribuzione e la liberalizzazione dei farmaci da banco (come già avvenuto dopo le ‘lenzuolate’ di Bersani).
I farmacisti proprietari, però, non ci stanno e difendono l’attuale legislazione che permette il passaggio ereditario delle licenze.
Edicole. Lo scudo della crisi editoriale a pretesto per un monopolio
La lobby degli edicolanti (piccola ma estremamente agguerrita) sfrutta la crisi della carta stampata per opporsi ai tentativi del Governo (di questo, ma anche dei precedenti) che vorrebbe allargare la vendita di giornali e riviste ad altri punti vendita oltre alle edicole.
I gestori delle 30 mila edicole italiane (in cui si calcola lavorino circa 50 mila famiglie) fino agli anni Novanta erano riusciti a bloccare qualsiasi tentativo del Parlamento volto a consentire la vendita nella grande distribuzione salvo dover poi capitolare. Ora sostengono che una liberalizzazione favorirebbe solo la grande editoria, mettendo in pericolo i posti di lavoro nelle edicole.
Ordini. Nessuna riforma interna e cresce l’esercito dei precari
Sono la lobby per antonomasia e per giunta perfettamente trasversale alla politica: basti dire che un parlamentare su due è iscritto a un ordine professionale. Facile capire perché le battaglie per abolire l’obbligatorietà dell’iscrizione agli ordini professionali, gli esami di Stato, il valore giuridico della laurea, le tariffe minime da quarant’anni non sortiscano effetti. Gli ordini avevano promesso di riformarsi da soli e invece… Sui due milioni di iscritti ora incombe l’esercito delle partite Iva: il Cnel calcola addirittura un milione in più. Per contare, tuttavia, dovranno organizzarsi e far eleggere qualcuno dei loro rappresentanti in Parlamento.
Taxi. Voti locali promessi ai partiti affinché fingano di non sapere
Milano e Roma sono l’esempio di come chi cerchi di varare nuove regole per quello che è un servizio pubblico e non una privativa finisca per trovarsi con il traffico bloccato ed il Municipio circondato da gente inferocita. Che si voglia aumentare il numero delle licenze o si tenti di introdurre la fermata dei taxi anche in movimento, come all’estero la risposta è ‘no’. Una lobby da sempre legata alla politica amministrativa: a Milano i tassisti sono quasi 5 mila e costituiscono tutti insieme un bacino elettorale che ha dato voti prima ai socialisti, poi alla Lega. A Roma sono quasi 7.500 ed ora sono ‘vicini’ al Campidoglio. Peraltro ricambiati.
Approvate dal Cdm le misure contro sovraffollamento e ‘porte girevoli’, ma lavoro e rieducazione restano fermi al palo
La situazione è a dir poco preoccupante: nel 2009 le perdite sono ammontate a 79,9 milioni di euro
Quando i bandi di gara sono un curioso mix tra gergo burocratese e ricettari degni di un gourmet, tra zuppe paesane e baccalà alla napoletana…
Il Presidente e l’Amministratore delegato si sono portati a casa, nel 2009, più di 3,5 milioni di euro
36 milioni di euro: a tanto ammontano le spese del Csm, tra stipendi del personale, indennità dei consiglieri, rimborsi, auto blu, telefoni, buoni pasto. Tanto, a pagare…
Il decreto Salva Italia poteva e doveva fare di più. Anche e soprattutto alla luce di alcuni capitoli di spesa delle varie Autorità che assorbono milioni di euro
La lotta al “nero” negli ultimi trent’anni è stata un pessimo affare: invece di arginare il malcostume, l’evaso è quintuplicato!
(In)giustizia civile all’italiana: il nostro Paese è sempre maglia nera per l’eccessiva durata dei processi, ma il neo Guardasigilli promette misure in tempi brevi
Di questi 38, 26,2 miliardi di euro sono ascrivibili ad appena tre Regioni. Una cifra enorme che ha costretto a riscrivere alcune regole cui le Regioni dovranno sottostare
I liberali tedeschi sono passati da posizioni ultra-liberaliste in campo economico ad altre più morbide, un segno, questo, che la crisi non ha risparmiato praticamente nessuno