Quanto ci costi cara Consulta?
Nel mese di settembre sono stati nominati due dei tre giudici mancanti nell’organico dei quindici che compongono, per Costituzione, la Corte costituzionale. Le cronache recenti raccontano di un vivace dibattito sulle modalità di esercizio delle funzioni della Corte. Più di una voce ha rimarcato come l’operato della Consulta abbia assunto connotati marcatamente politici, andando spesso a ‘disfare’ i provvedimenti adottati dal Parlamento. A ben vedere si tratta di una vecchia questione di cui si erano occupati già Nenni e Togliatti.
Ma vi è un altro aspetto su cui oggi è opportuno riflettere: quanto lavora, ma soprattutto quanto ci costa la Corte costituzionale? Il Duemila ha spulciato nel bilancio di esercizio 2010. I dati di cassa parlano chiaro: oltre 62 milioni di euro il totale delle spese. Una ‘macchina’ che, nell’anno in questione, ha ‘partorito’ 376 decisioni. Sicuramente su questioni giuridiche complesse e rilevanti, ma si tratta di numeri di molto inferiori al lavoro di qualsiasi tribunale di medie dimensioni in grado di pubblicare migliaia di provvedimenti in un anno. Numeri alla mano, ogni decisione della Corte è costata al cittadino circa 166 mila euro.
Un altro capitolo interessante riguarda le retribuzioni, gli oneri, i viaggi e le trasferte dei giudici costituzionali per cui il bilancio 2010 ha previsto un esborso di oltre 8 milioni di euro. Allora i componenti della Consulta erano 13 (anche se uno entrò in carica a fine anno) e per ciascuno di essi sono stati spesi oltre 600 mila euro. Sempre in bilancio spicca il dato delle pensioni al personale (giudici e non) in quiescenza: oltre 16 milioni di cui 4,5 per i giudici e 11,7 per altre pensioni.
I numeri della Consulta tra retribuzioni e pensioni
Degni di nota anche i numeri relativi al personale in attività: 28,4 milioni di euro tra retribuzioni del personale di ruolo (18,2 milioni), indennità al personale comandato (3,1 milioni), rimborso di emolumenti per lo stesso (1,2 milioni), missioni (355 mila), incarichi (560 mila) e mensa del personale (353 mila).
Insomma: i numeri sono di un certo rilievo, soprattutto se li paragoniamo al ‘prodotto’ annuale della Corte, elementi in più da considerare nella ventilata prospettiva di riforma della stessa, invocata da più parti (da molti anni), ma mai tradottasi in realtà. Nemmeno nella recente manovra correttiva, al cospetto della quale la Corte sembra essere passata pressoché indenne. In un simile panorama di tagli e ridimensionamenti davvero non si poteva pensare anche a Palazzo Spada?
Se i numeri sono di un certo rilievo, lo è anche la storia delle relazioni tra il Parlamento e la Corte che si sono sviluppate all’ombra del ‘c’eravamo tanto odiati’. Già ai tempi dell’Assemblea Costituente Nenni e Togliatti – come sottolineato all’inizio – erano “caparbiamente ostili al tribunale costituzionale, a meno che i suoi membri non fossero stati scelti dalle Assemblee rappresentative” [fonte: L’Assedio, Michele Ainis]. Sia il leader del partito socialista sia quello del partito comunista erano convinti che la Corte avrebbe avuto inevitabilmente un ruolo politico e volevano che la sua composizione rispecchiasse gli equilibri delle forze presenti in Parlamento.
La Corte costituzionale ed il suo ruolo politico
Negli anni il dibattito sul ruolo politico della Corte costituzionale non si è sopito ed il fronte critico ha visto alternarsi partiti di sinistra e partiti di destra. Nel lontano 1998, ad esempio, all’indomani della sentenza resa dalla Consulta sull’art. 513 del Codice di procedura penale, Ds, Ppi, Verdi e Udr presentarono alla Camera una proposta di legge finalizzata ad imprimere uno stop alle “sentenze manipolative” con le quali la Corte costituzionale può “dettare direttamente la disciplina legislativa nelle più disparate materie”.
Sette anni dopo, cessato il suo mandato di presidente della Corte costituzionale, Gustavo Zagrebelsky pubblicava Principî e voti – La Corte costituzionale e la politica, in cui rispondeva all’atavico dubbio sulla politicizzazione della Consulta: “La Corte è non-politica – si legge – se per politica si intende competizione tra le parti per l’assunzione e la gestione del potere”. Eppure è evidente come tale organo sia assoggettato alla logica politica a causa della sua stessa composizione e delle regole che ne governano il funzionamento ed i criteri di elezione. Il fatto che la Corte costituzionale sia costituita per un terzo da componenti eletti dalla Magistratura, per un terzo dal Parlamento e per un terzo nominati dal Presidente della Repubblica non rappresenta la premessa necessaria e sufficiente per dedurre la politicizzazione dell’organo?
La Corte esprime giudizi politici? Ovviamente sì
E non siamo di certo i primi ad avanzare una simile ipotesi: già due anni fa, infatti, Vincenzo Vitale scriveva che “la divisione della Magistratura in correnti ideologica- mente individuate, la logica partitica che fisiologicamente presiede alle scelte del Parlamento e l’uso non del tutto neutrale che gli ultimi Presidenti della Repubblica hanno fatto del loro potere di nomina, certificano come la Consulta sia naturalmente destinata a riprodurre in se stessa i percorsi politici che ne hanno dettato la composizione” [fonte: il Giornale].
È a dir poco ipocrita negare che la Corte esprima giudizi in cui è spesso presente una dose non dichiarata di pensiero politico. Se così non fosse non ci si sarebbe soffermati così a lungo sulla nomina, avvenuta il 2 settembre scorso da parte del Presidente della Repubblica, della “cattolica” Marta Cartabia. Ebbene sì: cattolica. Con tutte le implicazioni del caso. Siamo certi che il credo di qualsivoglia natura di un giudice non troverà mai spazio nelle pronunce cui è chiamato? Siamo esseri umani. E lo sono anche i giudici costituzionali che non si spogliano di ciò che sono e di ciò in cui credono ‘solo’ perché sono stati chiamati a presiedere l’organo istituito per tutelare la nostra Costituzione.
In realtà sarebbe necessario andare oltre la diatriba sulla politicizzazione o meno della Corte e concentrarsi invece sull’attività della stessa e su quelle 376 decisioni pubblicate in un anno che sono costate al cittadino circa 166 mila euro.

