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	<title>Il Duemila</title>
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	<description>Giornale liberale ed antiburocratico</description>
	<lastBuildDate>Fri, 20 Apr 2012 13:21:30 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Spari sulla croce rossa</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 13:21:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Duemila</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ultimi 31 anni la croce rossa è stata commissariata per quasi 25.
Diverse le anomalie di un ente la cui struttura è stata definitadalla corte dei conti “complessa e inidonea”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/04/Croce_Rossa.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2026" title="Croce_Rossa" src="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/04/Croce_Rossa-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Sono numeri da record quelli che descrivono la Croce Rossa Italiana: 5 anni per approvare il Rendiconto Generale Consolidato 2005, 3.981 dipendenti, un patrimonio immobiliare talmente consistente che fino a poco tempo fa se ne ignorava addirittura l’esatta&#8230; consistenza e, solo nel 2007, una spesa di 970.296,54 euro per 63 consulenze. Ma soprattutto: negli ultimi 31 anni la C.R.I è stata commissariata per quasi 25.<br />
Sembra incredibile eppure si sono resi necessari 5 anni, e numerose “sollecitazioni” da parte della Corte dei conti, per approvare il Rendiconto Generale Consolidato 2005. Non che la celerità abbia contraddistinto il placet ai bilanci degli anni successivi: quello del 2006, così come quello relativo al 2007, ad esempio, sono stati approvati soltanto nel mese di giugno del 2011.<br />
Ma un’altra anomalia riguarda il personale: nonostante le più recenti misure in materia di riduzione e di contenimento dei costi ed una lieve diminuzione registrata nel quadriennio 2008/2011 limitatamente al personale civile in servizio a tempo determinato “utilizzato nelle convenzioni per i servizi sanitari di emergenza 118, sociali e socio-sanitari” e a quello del Corpo Militare, il numero dei dipendenti ammonta a 3.981 unità (3.050 al 31/12/2005). Ma quanto costano alla collettività i dipendenti della Croce Rossa se una loro lieve contrazione (403) porterà ad un risparmio di circa 13 milioni di euro? Rendiconti finanziari alla mano e guardando unicamente alla voce “oneri per il personale in attività di servizio” i conti sono presto fatti: 206,8 milioni la media degli oneri sostenuti in sei anni.<br />
Sotto la lente dei magistrati contabili anche le consulenze, giudicate “uno degli aspetti più critici della gestione dell’Ente”: la normativa consente il ricorso a professionalità esterne soltanto in via eccezionale e accertata l’impossibilità di provvedere tramite gli uffici e le strutture esistenti presso le amministrazioni, eppure, nel corso del 2004, gli incarichi erano addirittura aumentati nonostante le “reiterate osservazioni del magistrato della Corte”. Vero è che l’anno dopo sono stati “drasticamente ridimensionati”, ma è altrettanto vero che nel 2007 essi ammontavano a 63 per un importo pari a 970.296,54 euro.<br />
Un capitolo a parte meritano alcuni fatti di cui in pochi si sono occupati, ad esempio la visita ispettiva del ministero dell’Economia e delle Finanze condotta nel 2008 sul Corpo Militare dalla quale sono emerse “numerose e gravi irregolarità inerenti alla pregressa gestione del Corpo”, quali la corresponsione di somme, inquadramenti ed avanzamenti di grado, erogazione di buoni pasto e di altre indennità non conformi alla legge. Oppure il ‘tutti contro tutti’ che ha caratterizzato il 2006, quando due Direttori di Dipartimento hanno presentato le loro dimissioni; il Direttore generale ha annullato i provvedimenti di nomina dei rimanenti due ed il Direttore generale stesso è stata dichiarato decaduto dal Consiglio Direttivo Nazionale. Un clima di pace e armonia, insomma, che non ha comunque impedito alla Croce Rossa di essere presente in quasi tutti i fronti di guerra aperti. A partire dall’Iraq, dove la partecipazione all’operazione Antica Babilonia ha però rischiato di trasformarsi in una Caporetto poiché alcune spese rendicontate dall’Ispettorato Nazionale del Corpo Militare risultavano inferiori alle somme erogate dal ministero della Difesa. La questione è finita sul tavolo dei magistrati contabili, ma, ascoltate tutte le parti, il processo si è concluso con la piena assoluzione degli imputati.<br />
Tutto ciò la dice lunga sulle difficoltà di un Ente che ha conosciuto più commissari che direttori e che fino a due anni fa non aveva la benché minima idea della consistenza del proprio patrimonio immobiliare, un patrimonio per il cui mantenimento spende, in media, 1,4 milioni. Come questo sia possibile è presto detto: la struttura, secondo la Corte, è troppo “complessa”. Anche la Croce Rossa, quindi, va semplificata.</p>
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		<title>Difendiamoli!</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 13:17:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Duemila</dc:creator>
				<category><![CDATA[Difensore civico]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Consumatori: il 2012 dovrà essere il loro anno. Enrico Costa: «Non voterò norme che favoriscano i soliti monopolisti» liberalizzare davvero (anche gli orari dei negozi) per favorire il consumatore che dovrà essere al centro dell’azione di governo ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/04/Enrico.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2022" title="Enrico" src="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/04/Enrico-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Abbiamo un sogno per il 2012: uno Stato che metta al centro della sua politica il cittadino-consumatore. Uno Stato autenticamente liberale, discreto e pronto ad affiancare il debole nella quotidiana lotta contro il forte.<br />
Per questo non voterò più alcuna norma che aumenti la burocrazia, che favorisca i monopoli, che avvantaggi i ‘padroni del vapore’ o dia luogo ad una falsa concorrenza.<br />
In passato, con il vincolo di partito, era più difficile opporsi alle indicazioni di squadra che ci fornivano, anche se in alcuni casi lo abbiamo fatto, restando critici, ma leali.<br />
Nonostante quegli sforzi, oggi il cittadino è ancora troppo solo. Solo, quando prova a leggere la bolletta del gas, dell’acqua, della luce. Solo, quando prova a contattare un call center. Solo, quando riceve una multa, legge un verbale o un contratto per adesione. Solo, quando striscia la sua carta di credito (e tutti sanno tutto di lui). Solo, quando fa un pieno di carburante o supera, ormai a malincuore, la barriera di un’autostrada.</p>
<p>Ricatti e servizi essenziali<br />
La nostra è una vita scandita troppo spesso da momenti di conflitto con imprese che dovrebbero fornirci servizi, ma più spesso ci danno altrettanti grattacapi.<br />
Taluni processi di liberalizzazione hanno reso il consumatore ancora più indifeso e confuso. Una volta erano i ‘padroni del vapore’ a dettar legge: dall’Italgas ad Autostrade, dalle assicurazioni ai ‘signori dei telefoni’, il piccolo era destinato a soccombere.<br />
Il Duemila a più riprese si è battuto contro di loro: tra Davide e Golia, noi abbiamo parteggiato, e ancora oggi lo facciamo, per i piccoli. Non ci piacciono i soprusi e nemmeno i giganti che spadroneggiano, ma in trent’anni di battaglie, nostre e di altri, l’avversario ha saputo adeguarsi ai tempi.<br />
Prendiamo il mercato dei cosiddetti servizi. Oggi, la concorrenza non ha portato solo un ampio ventaglio di scelta di prodotti, ma anche la presenza sul mercato di nuove aziende alla ricerca di clienti con metodi aggressivi, spregiudicati, poco trasparenti. Parliamo di servizi essenziali per la nostra vita su cui spesso cala il ricatto del monopolista che all’utente dice: “O accetti le mie condizioni o ti privo del servizio”.<br />
Ma come possiamo fare a meno di gas, acqua, luce, assicurazione, autostrada? Al cittadino non resta che piegare il capo e subire&#8230;<br />
Ad esempio, è spesso bistrattato il diritto ad essere rimborsati, si è bersagliati da telefonate moleste per continue offerte e promozioni (magari indesiderate) o addirittura ci si vede attivare contratti mai richiesti.<br />
Insomma, siamo ad una vera giungla nelle quale è difficile districarsi. Molto più probabile, per il povero consumatore, restare solo e perdersi tra contratti biblici, clausole e codicilli, reclami ed attese, in una continua lotta contro il tempo perché ad un problema se ne aggiunge sempre un altro.</p>
<p>Un atto di coraggio<br />
Bisogna interrogarsi seriamente su cosa e come fare. Una volta per tutte, il governo deve avere il cittadino-consumatore al centro delle sue politiche. Meno lobby, meno caste, meno potentati, più cittadino.<br />
Dirò fermamente “no” ad ogni provvedimento che non vada in tale direzione.<br />
Qualche timido segnale è stato dato: parliamo di liberalizzazione del mercato dei farmaci, ad esempio. Certo, si poteva (e si può ancora) fare meglio e di più. Da liberali, ci piace l’apertura senza vincoli dei negozi. Sia libera: gli esercenti scelgano come e quando aprire. L’offerta sarà maggiore ed il cliente potrà beneficiarne.<br />
Uno Stato liberale passa anche da qui. Questo chiediamo – e siamo pronti a dare il nostro contributo – al nuovo anno: un 2012 al cui centro ci sia il cittadino ed il consumatore. Il loro bene è, mai come oggi, quello di tutti.<br />
<em>Enrico Costa</em></p>
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		<title>Il 2012 sia l’anno del cittadino consumatore</title>
		<link>http://www.ilduemila.com/il-2012-sia-lanno-del-cittadino-consumatore/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 12:43:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Duemila</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Costa.anno del consumatore]]></category>

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		<description><![CDATA[Berlusconi? Resta una grande risorsa per il centro-destra.
Napolitano? Personaggio dell’anno.
La sinistra? Ostaggio della sua demagogia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/Enrico1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2017" title="Enrico" src="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/Enrico1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Va in archivio anche il 2011. Che anno è stato per la politica italiana? Cosa salvare e cosa invece ‘gettar dalla finestra’, secondo la miglior tradizione? Queste alcune delle domande che abbiamo posto ad Enrico Costa, parlamentare e presidente del Gruppo Pdl della Camera, nonché direttore editoriale de il Duemila.</em></p>
<p><strong>Onorevole, a bruciapelo: qual è la notizia politica del 2011?</strong><br />
Sicuramente le dimissioni di Silvio Berlusconi dopo aver incassato una singolare ‘sfiducia’, senza voti contrari…<br />
<strong>Vero, ma erano nell’aria da tempo…</strong><br />
Una ipotesi che si era già affacciata nella primavera-estate 2010, con la crisi con Fini a cui si era ‘tamponato’ già con la spallata mancata del 14 dicembre 2010…<br />
<strong>Poi cos’è successo?</strong><br />
Nonostante le ‘toppe’ con vari maquillage alla maggioranza, questa non ha retto quando la crisi si è fatta più forte. I mercati sono riusciti dove l’opposizione aveva fallito.<br />
<strong>Si è chiuso davvero un ciclo?</strong><br />
Se si ritiene ciclo quello di Berlusconi premier, sì. Se invece si intende Berlusconi guida politica del centro-destra, beh, credo abbia ancora molto da dare a tutti noi. Potrà essere il garante del bipolarismo di fronte a chi vuole tornare indietro di vent’anni al consociativismo.<br />
<strong>Ora tutto è un po’ più difficile, è d’accordo?</strong><br />
Sicuro. I voti una volta li prendeva Berlusconi da solo o quasi. Ora servirà un partito a tutti gli effetti e ben strutturato sul territorio.<br />
<strong>Senta, ma cosa salviamo di questo 2011?</strong><br />
Il senso dello Stato degli italiani che si sono dimostrati pronti a tanti sacrifici pur di salvare un Paese in cui sopravvivono troppe ingiustizie.<br />
<strong>E per il suo lavoro?</strong><br />
Personalmente devo dire che il lavoro svolto in Commissione Giustizia va salvato. Erano battaglie condivisibili tanto che alcuni provvedimenti già allo studio con il ministro Alfano, sono poi stati raccolti dal nuovo Guardasigilli, Paola Severino.<br />
<strong>Cosa, invece, non le è andato davvero giù di quest’anno?</strong><br />
Proprio l’atteggiamento che l’opposizione ha avuto sulla maggior parte delle nostre proposte in materia di giustizia.<br />
<strong>Ci spieghi meglio.</strong><br />
Solo demagogia, così ogni provvedimento all’esame della Camera veniva letto come un favore al premier e come tale osteggiato. In una simile prospettiva, sfuggiva completamente il merito di quelle proposte ed i problemi che esse miravano a risolvere.<br />
<strong>Esempio?</strong><br />
Uno su tutte: le intercettazioni di cui sono stato relatore. Se ne è affossata la riforma per partito preso. Auspico che ora, con maggior serenità, si recuperi il buon lavoro svolto.<br />
<strong>Ed oggi che Berlusconi non è più alla guida del Paese?</strong><br />
Ed oggi mi chiedo dove siano i tanti che gridavano contro le sue vicende giudiziarie: sono spariti, esattamente come il quotidiano sipario dei media sui processi dell’ex premier. Un silenzio che davvero mi dà da pensare.<br />
<strong>Ed il centro-sinistra che oggi plaude al ministro Severino?</strong><br />
Il ministro Severino ha una profonda conoscenza della materia ed ha giustamente indicato l’emergenza carceri come prioritaria. Al neo ministro è stato concesso di emanare un decreto legge. Se lo avesse fatto Alfano, l’opposizione avrebbe gridato all’esproprio del Parlamento.<br />
<strong>2011: chi premiamo come ‘personaggio dell’anno’?</strong><br />
Nei 150 anni dell’Unità nazionale, ma non solo, sicuramente il Presidente Napolitano.<br />
<strong>Promosso?</strong><br />
Indubbiamente gli va riconosciuto un ruolo di garante degli equilibri istituzionali.<br />
<strong>Hanno detto che si è imposto troppo sul Parlamento…</strong><br />
Probabilmente sì, ma le circostanze potevano giustificare una simile fermezza: si badi, poi, che si è imposto sul Parlamento intero, non su una parte di esso.  Non credo che Bersani sia stato troppo entusiasta di ‘subire’ l’incarico a Monti piuttosto che andare ad elezioni probabilmente vincenti.<br />
<strong>A proposito di cittadini, che anno sarà quello che ci attende, secondo lei?</strong><br />
Prevedo che il 2012 sarà l’anno della ‘riscossa’ del consumatore.<br />
<strong>Cioè?</strong><br />
Nei rapporti con banche, assicurazioni, concessionari di servizi, autostrade, poste: molto spesso il cittadino-utente si sente bistrattato. Vorrei che tante rivendicazioni giuste, come contratti trasparenti, facilità di accesso, meno code, meno burocrazia, divengano parte del nostro quotidiano. Dobbiamo crederci e lavorarci prima che i consumatori si ribellino in massa.</p>
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		<title>All’Italia servono Riforme, non Manovre</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 12:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Duemila</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[dimezzamento parlamentari]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[presidenzialismo]]></category>
		<category><![CDATA[riforme.manovre]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima quella della legge elettorale, dimezzando il numero di parlamentari e ridiscutendo i requisiti per diventarlo, poi il presidenzialismo alla francese ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/poltrona-rosso-oro.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2014" title="poltrona-rosso-oro" src="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/poltrona-rosso-oro-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Un liberale come Antonio Martino, nell’esprimere il voto contrario alle varie manovre dell’attuale e del precedente Esecutivo, ha più volte detto che al nostro Paese “non servano manovre, ma riforme”.<br />
Martino ha ragione. In quest’ultima manovra c’è stato un abbozzo di riforme sulle pensioni e, con toni più sfumati, sulle liberalizzazioni. Di riforme, poi, tanto e sempre si parla: innanzitutto del Fisco, la cui ridiscussione è stata invocata da più parti, ma mai attuata. La riforma più importante è un’altra, però: quella che ridiscute l’architettura della Repubblica dalla base al vertice.</p>
<p><strong>Contrapposizioni sterili</strong><br />
Guardiamo i due poteri principali: legislativo ed esecutivo, Parlamento e Governo. Nel nostro Paese si sono succedute diverse stagioni. Nella Prima Repubblica c’era ingovernabilità, ma solo interna al Pentapartito per cui, fermi i cinque di maggioranza, si alternava esecutivo ad esecutivo senza mai cambiare i ‘colori’ degli stessi. Dal 1994 in poi viviamo invece una stagione di difficile governabilità. I motivi? Si fatica a riconoscere il merito dell’avversario, cui spesso ci si contrappone senza condizioni ed in modo assolutamente sterile. Anche la legge elettorale, che dà troppo potere ai partiti, non contribuisce a lenire questo latente conflitto.<br />
A ciò si aggiunga che, oggi, i partiti non sono più presenti nei gangli vitali della società. Un tempo erano ben rappresentati nelle Acli, nel sindacato, nelle aziende statali (spesso questo rapporto degenerava, ma dimostrava che la politica era connessa con la società). Con la Seconda Repubblica, il quadro è mutato: quei posti sono ormai dei ‘boiardi di Stato’, personaggi per lo più autoreferenziali, che plaudono con entusiasmo al Governo dei tecnocrati.</p>
<p><strong>Nuova legge elettorale</strong><br />
In un simile scenario si comprende quanto importante sia la riforma elettorale.<br />
L’architettura dello Stato va ridiscussa partendo da qui: serve una legge elettorale moderna che muova dal presupposto – innegabile – di un dimezzamento del numero dei parlamentari. Sono troppi: molti non partecipano, altri sono defilati, altri poco produttivi. Ma non è solo questione di quantità dei rappresentanti. Anche la qualità va ridiscussa. Per questo occorre lavorare ad un percorso credibile di accesso al Parlamento, con limiti di mandati ed un rinnovato rapporto col territorio di elezione. Come mai oggi il condannato in primo grado per peculato non può fare il sindaco di un piccolo Comune, ma può sedere in Parlamento? Su questo terreno servono regole certe: o per legge o come codice di autoregolamentazione dei partiti che non devono proteggere sempre tutti da tutto.</p>
<p><strong>Tre possibili scenari</strong><br />
Questa la strada: una matura riforma elettorale. Certo, su questa via, un bivio importante sarà la pronuncia della Consulta sul referendum elettorale.<br />
Se la Corte costituzionale ammetterà il referendum si potrebbero verificare almeno tre scenari. I partiti potrebbero correre al voto per beneficiare un’ultima volta del Porcellum. Oppure potrebbero attendere la sua abrogazione puntando poi sul vecchio Mattarellum tornato in vigore, dando luogo ad un sistema sostanzialmente bipolare cui seguirebbero problemi di governabilità analoghi agli attuali.<br />
Terza ipotesi: il Parlamento potrebbe riformare la legge elettorale prima del voto referendario.  Forse la soluzione auspicabile, ma attenzione a non ripiombare nella situazione ante 1994!</p>
<p><strong>Ecco il presidenzialismo</strong><br />
Per neutralizzare un simile effetto collaterale si deve imboccare la strada del presidenzialismo. L’esempio, anche qui, viene dal basso: nei Comuni e nelle Province c’è un vincolo forte tra sindaco/presidente-maggioranza che lo sostie- ne ed elettorato: così si elegge una persona e non la si può cacciare dopo qualche mese con i ‘giochi di palazzo’.<br />
Finora con Berlusconi premier non c’erano probabilmente le condizioni per una riforma in senso presidenzialista. In troppi l’avrebbero letta come un plebiscito a favore o contro la sua persona. Oggi, però, si può ragionare su una simile soluzione: elezione diretta del Capo dello Stato, munito di ampi poteri come in Francia. Una ipotesi suggestiva che richiederà, comunque, una ampia condivisione. Vale la pena provarci.</p>
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		<title>Chi è che rema contro le liberalizzazioni?</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 12:38:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Duemila</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica 2]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è chi conta per il numero, come i commercianti, chi per peso politico,come gli ordini professionali. Poi ci sono i gruppi di pressione con forte peso economico...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/Manovra_Finanziaria_Liberalizzazioni.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2011" title="Manovra_Finanziaria_Liberalizzazioni" src="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/Manovra_Finanziaria_Liberalizzazioni-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Pur senza essere un partito, le lobby – quando serve –  sanno proteggere interessi economici e sociali e pesare assai di più che se lo fossero.<br />
C’è chi conta per il numero, come i commercianti; chi per il peso politico, come gli ordini professionali; chi per il peso economico, come i farmacisti o i concessionari autostradali. A loro Monti aveva indirizzato un appello: “Ora dobbiamo avviare una fase organica e ben meditata di riforme, delle quali abbiamo messo i semi in questo decreto (il cosiddetto salva-Italia), ma che vanno sviluppate con coraggio e sistematicità”. Ma in men che non si dica è arrivato il più classico ‘niet’. Del resto, già nel 1967 Alan Greenspan scriveva che “il mondo dell’antitrust ricorda quello di Alice nel paese delle meraviglie, in cui ogni cosa allo stesso tempo apparentemente è e non è”. Il governo Monti forse per un momento si è scordato che siamo uno Stato di diritto moderno appoggiato ad una società civile multiforme, in parte liberale, ma anche strutturata per corporazioni di tipo feudale.<br />
Sembra un controsenso, ma diventa evidente quando il Paese si trova ad affrontare crisi di sistema, siano esse economiche piuttosto che politiche. Quando, cioè, la radicalità dei problemi richiede interventi che – se attuati – finiscono per intaccare le aggregazioni corporative ed i privilegi di chi ne è parte.</p>
<p><strong>Ci siamo già passati</strong><br />
Già poco meno di un secolo fa il liberalismo perse (e così pure lo Stato di diritto), soverchiato da una società civile incapace di assorbire una liberalizzazione economica e da uno Stato refrattario ad una vera democratizzazione. In quegli anni pensatori ‘radicali’ come Gobetti,  Gramsci, Salvemini ed Einaudi si schierarono contro il protezionismo e gli interessi corporativi (che allora erano quelli agrari al Centro-Sud e quelli industriali al Nord con, nel mezzo, una classe media che andava assottigliandosi). A risolvere la contesa tra liberalismo e corporativismo fu – come sappiamo – il fascismo, che decretò la sconfitta del primo.<br />
Le corporazioni oggi rappresentano una divisione egoistica della società. Vengono paragonate alle lobby americane, ma il paragone è inappropriato. è vero che si tratta di gruppi di pressione che cercano appoggio nelle istituzioni e in chi fa le leggi. Ma negli Usa restano comunque figlie di una società di mercato e ad essa – piaccia o meno – si devono arrendere quando l’opinione pubblica le osteggia.<br />
Le corporazioni italiane sono invece tutt’altra cosa, non solo perché agiscono prevalentemente nel settore dei servizi e delle professioni, bensì anche perché sono vere e proprie associazioni di stampo medioevale con tanto di licenze pubbliche e norme a riconoscerle. Sono la conseguenza di uno Stato incardinato su una società corporativa ostile al liberalismo.<br />
è questa l’anomalia di uno Stato di diritto liberale in cui però il liberalismo fa fatica a trovare spazio ed anzi viene spesso confuso con l’arbitrio di fare il proprio interesse contro quello altrui.</p>
<p><strong>Differenze evidenti</strong><br />
Le lobby americane sono funzionali ad una società di mercato che tratta la politica come un affare. Le corporazioni sono figlie di una società che teme il mercato e si strutturano come una confederazione di staterelli autonomi: espressione di una società in cui ogni cosa è contrattabile (meno farmacie più lucro per le farmacie esistenti; meno taxi in circolazione più introiti per chi è già dentro&#8230;). Tutti interessi non contrattabili salvo subire i loro ‘ricatti’.<br />
è questa la situazione su cui il Paese si è sedimentato: priva di ogni solidarietà e capace di rendere quasiasi governo impotente e ricattabile. In tanti hanno detto che il governo Monti è forte perché ad esso non c’è alternativa. Ma questa sua caratteristica può diventare anche la sua debolezza non potendo permettersi il lusso di esistere solo per colmare un vuoto. È un governo nato per fare in poco tempo quello che i partiti non consideravano nel proprio interesse fare. Infatti è ‘tecnico’ e la sua forza sta nel non doversi poi presentare alle elezioni. Deve saper sfruttare questa peculiarità, altrimenti governare, perché non c’è alternativa, diventerà la ragione di una irrimediabile debolezza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Autostrade. Va bene trattare col Governo, ma che non si faccia l’Authority</strong></p>
<p><em>Parlando di autostrade la lobby ha un nome preciso: si chiama Aiscat ed è un’associazione che raccoglie 23</em><br />
<em>diverse concessionarie che hanno in gestione ben 5.600 chilometri dei 6.500 in totale incasellati. Sono solo il 3% della rete stradale complessiva, ma vi passa il 25% del traffico nazionale. Sono disposti a ‘trattare’ su quasi tutto e con qualsiasi Governo, ma si oppongono con ogni mezzo alla creazione di un’Autorità indipendente cui affidare il compito di regolamentare e, soprattutto, determinare le tariffe. Attraverso la contrattazione con il ministero dei Trasporti, infatti, riescono a spuntare continui aumenti e a fare cartello.</em></p>
<p><strong>Negozi. Tutti uniti, appassionatamente, a favore dei più piccoli</strong></p>
<p><em>Contro la liberalizzazione del commercio si schierano tutti. O meglio: tanto le associazioni dei proprietari (a partire da Confcommercio per arrivare a Confesercenti) quanto i sindacati.  Tutte le parti, unite contro la grande distribuzione, contestano le aperture domenicali così come il prolungamento degli orari nei centri commerciali che “vanno contro gli interessi delle micro, piccole e medie imprese” e di chi ci lavora. </em><br />
<em>I commercianti preferiscono di gran lunga il dialogo con le Regioni, con cui è assai più semplice l’azione di lobbing per imporre limiti e regole alle aperture facendo pesare i numeri del consenso elettorale.</em></p>
<p><strong>Farmacie. Sembrava fatta e invece ancora numero chiuso ed ereditarietà</strong></p>
<p><em>I farmacisti pesano: più per giro d’affari che per numero (circa 18 mila i titolari di farmacia): solo quello dei medicinali di fascia C (quelli su cui si è afflosciato il tentativo di liberalizzazione di Monti) vale oltre 3 miliardi di euro. Eppure gli iscritti all’Albo dei farmacisti sono ben di più, oltre 80 mila, ed il solo modo di trovare lavoro per loro sarebbe attraverso la grande distribuzione e la liberalizzazione dei farmaci da banco (come già avvenuto dopo le ‘lenzuolate’ di Bersani). </em><br />
<em>I farmacisti proprietari, però, non ci stanno e difendono l’attuale legislazione che permette il passaggio ereditario delle licenze.</em></p>
<p><strong>Edicole. Lo scudo della crisi editoriale a pretesto per un monopolio</strong></p>
<p><em>La lobby degli edicolanti (piccola ma estremamente agguerrita) sfrutta la crisi della carta stampata per opporsi ai tentativi del Governo (di questo, ma anche dei precedenti) che vorrebbe allargare la vendita di giornali e riviste ad altri punti vendita oltre alle edicole. </em><br />
<em>I gestori delle 30 mila edicole italiane (in cui si calcola lavorino circa 50 mila famiglie) fino agli anni Novanta erano riusciti a bloccare qualsiasi tentativo del Parlamento volto a consentire la vendita nella grande distribuzione salvo dover poi capitolare. Ora sostengono che una liberalizzazione favorirebbe solo la grande editoria, mettendo in pericolo i posti di lavoro nelle edicole.</em></p>
<p><strong>Ordini. Nessuna riforma interna e cresce l’esercito dei precari</strong></p>
<p><em>Sono la lobby per antonomasia e per giunta perfettamente trasversale alla politica: basti dire che un parlamentare su due è iscritto a un ordine professionale. Facile capire perché le battaglie per abolire l’obbligatorietà dell’iscrizione agli ordini professionali, gli esami di Stato, il valore giuridico della laurea, le tariffe minime da quarant’anni non sortiscano effetti. Gli ordini avevano promesso di riformarsi da soli e invece&#8230; Sui due milioni di iscritti ora incombe l’esercito delle partite Iva: il Cnel calcola addirittura un milione in più. Per contare, tuttavia, dovranno organizzarsi e far eleggere qualcuno dei loro rappresentanti in Parlamento.</em></p>
<p><strong>Taxi. Voti locali promessi ai partiti affinché fingano di non sapere</strong></p>
<p><em>Milano e Roma sono l’esempio di come chi cerchi di varare nuove regole per quello che è un servizio pubblico e non una privativa finisca per trovarsi con il traffico bloccato ed il Municipio circondato da gente inferocita. Che si voglia aumentare il numero delle licenze o si tenti di introdurre la fermata dei taxi anche in movimento, come all’estero la risposta è ‘no’. Una lobby da sempre legata alla politica amministrativa: a Milano i tassisti sono quasi 5 mila e costituiscono tutti insieme un bacino elettorale che ha dato voti prima ai socialisti, poi alla Lega. A Roma sono quasi 7.500 ed ora sono ‘vicini’ al Campidoglio. Peraltro ricambiati.</em></p>
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		<title>Mancano i soldi? Si liberalizzi, dice a sorpresa la sinistra</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 12:33:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Duemila</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Più che uno spirito liberale potè la necessità impellente di fare cassa: per far quadrare i bilanci comunali le Pa dismettono di corsa le loro partecipate]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/cartelli.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2008" title="cartelli" src="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/cartelli-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>A volte ci si sgola a predicare, inascoltati, le virtù di uno Stato minimo in economia per poi vedersi d’un tratto sorpassare – anche nelle più rosee aspettative – da Pubbliche amministrazioni sempre più squattrinate e attanagliate dall’impellente bisogno di incassare denaro. Anche a costo di perdere preziosi e ‘utilissimi’ posti nel governo o nel sottogoverno delle infinite aziende a capitale pubblico o misto che costellano il Belpaese.<br />
Ma la fretta – come si suol dire – rischia di essere una cattiva consigliera. Così, nell’anno delle liberalizzazioni, taluni Comuni sembrano più preoccupati di far tornare i propri bilanci che di trovare strategie per rendere più efficienti i servizi pubblici.</p>
<p><strong>I liberisti? Sono a sinistra</strong><br />
Curioso notare che a sbandierare con vigore il vessillo di questo inatteso liberismo – che però somiglia un po’ ai saldi di fine stagione – siano quasi tutte amministrazioni di sinistra: a Milano si è appena chiuso il bando per la vendita del 27,95% della società aeroportuale Sea (o in alternativa del 18,6% della holding stradale Serravalle insieme al 20% di Sea). Obiettivo: trovare i 350 milioni indispensabili per chiudere in pareggio l’esercizio corrente. A Torino si sta studiando la parziale privatizzazione di tre società che dovrebbe portare nelle casse del Comune circa 200 milioni: Amiat, che si occupa di rifiuti; Trm, che gestirà il termovalorizzatore; la Gtt, responsabile del trasporto pubblico urbano. A Firenze si cercano 20 milioni per il 2012 ed è iniziata una specie di battaglia per la privatizzazione di Ataf che gestisce il trasporto pubblico locale nonché per lo scorporo della società patrimoniale da quella di gestione.</p>
<p><strong>Capitalismo municipale</strong><br />
La gran parte dei sindaci, anche se costretti a ricorrere a questo strumento, si impone cautela. Ma c’è anche chi va oltre i soli problemi di bilancio e mostra di avere una visione più strategica. Insomma, anche a sinistra sembrano aver capito che tanto il capitalismo di Stato quanto – soprattutto – quello municipale hanno fatto il loro tempo e, senza farne una questione ideologica, è evidente che ricette possibili per far funzionare le società di servizi pubblici locali vadano ricercate studiando diverse forme di collaborazione con il privato se non la loro completa dismissione.<br />
Sono troppe e molto spesso mal gestite da amministratori che sono tali il più delle volte solo per nomina politica e non per titoli.<br />
A fine 2009 erano ben 5.512 le società partecipate e controllate dagli enti locali, con 7.677 Comuni azionisti su 8.081. Ogni Comune, peraltro, è presente in 8 società attive non solo nei settori tipici delle public utilities (energia, trasporti, rifiuti), ma anche nelle infrastrutture, nel commercio, nelle attività ricreative, culturali e sportive e addirittura nell’industria e nelle telecomunicazioni. Con una ramificazione territoriale che può contare su oltre 11 mila unità locali, per un totale di addetti vicino alle 270 mila unità.</p>
<p><strong>Una terza via?</strong><br />
La strada verso le liberalizzazioni – totali o parziali – è ancora lunga e piena di contraddizioni. Ma da quest’anno tutti gli enti locali dovranno cominciare a farci i conti per produrre servizi meno cari e più efficenti. Avvalendosi per quanto possibile di capitali privati la cui presenza – è stato dimostrato – è associata a una maggiore redditività ed efficienza, oltre che ad un minore indebitamento.<br />
Ciò che importa è che non si continuino a confondere (o a spacciare) le privatizzazioni con le liberalizzazioni, soprattutto da parte di chi gestisce la cosa pubblica.<br />
Privatizzare senza liberalizzare permette troppo spesso di creare vere e proprie rendite di posizione per i privati che subentrano nella gestione delle imprese di pubblico servizio che vengono poste sul libero mercato. Ci auguriamo quindi che non solo le liberalizzazioni precedano ogni possibile privatizzazione, ma che diventino esse stesse una efficace alternativa per una migliore gestione di servizi pubblici ed utilities.</p>
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		<title>Varato il pacchetto ‘svuota carceri’: ma il lavoro dov’è?</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 12:31:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Duemila</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica 2]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[detenuti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[svuota carceri]]></category>

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		<description><![CDATA[Approvate dal Cdm le misure contro sovraffollamento e ‘porte girevoli’, ma lavoro e rieducazione restano fermi al palo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/carcere.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2004" title="carcere" src="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/carcere-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Antonio Caputo, 43 anni, assistente capo della polizia penitenziaria presso il carcere di Pordenone, lo scorso 19 dicembre ha terminato il suo turno di lavoro, è salito in macchina come ogni giorno, ma non è mai tornato a casa: il suo corpo senza vita è stato ritrovato nella sua auto, dove si è sparato con la pistola di ordinanza. Con lui, è salito a 5 il numero degli agenti penitenziari che si sono suicidati nel corso del 2011, a conferma di come e quanto sia difficile la quotidianità con cui devono fare i conti non soltanto i detenuti, bensì anche gli agenti. Nell’ultimo decennio nelle patrie galere si sono tolti la vita 90 agenti e 560 detenuti: un dato allarmante che spesso passa sotto silenzio e che è soltanto la punta di un iceberg fatto di celle maleodoranti e sovraffollate, dove il bagno non ha porte e talvolta nemmeno l’acqua corrente, le pareti trasudano muffa e le lenzuola, se va bene, vengono cambiate una volta al mese. è la sconcertante realtà raccontata in una lettera inviata a Radio Carcere da  un detenuto rinchiuso a Regina Coeli,  l’istituto di pena della Capitale. Nato come monastero nel 1654 e trasformato in carcere nel 1900, il carcere capitolino è sempre più fatiscente ed antiquato. E sovraffollato: i posti disponibili sono circa 800, i detenuti  quasi 1.200. Una situazione degradante e al limite del tollerabile, dove la violenza e le malattie sono all’ordine del giorno, mentre il lavoro e la formazione sono un miraggio. A Regina Coeli come in molte, troppe altre carceri. Con un unico risultato: come ha dichiarato Mario Marazziti, il portavoce della Comunità di Sant’Egidio, durante il pranzo organizzato il giorno di Santo Stefano proprio a Regina Coeli, “chi esce prima dal carcere commette meno reati, mentre chi resta fino alla fine della pena, e in condizioni sempre più invivibili, una volta libero commette più reati e torna in cella”. Già, perché oggi il carcere non rieduca tanto che la recidiva è superiore al 70 per cento: soltanto per quei (pochi) fortunati che in carcere lavorano o per chi usufruisce di misure alternative, tale percentuale si riduce drasticamente a meno di un terzo.</p>
<p><strong>Le misure per contrastare l’emergenza carceraria</strong><br />
è per questa ragione che non più tardi di qualche settimana fa chiedevamo al neo Guardasigilli Severino “meno detenuti e più lavoro”.  Con il pacchetto carceri approvato dal Consiglio dei ministri il 16 dicembre, è arrivata una prima, parziale risposta che avrà due effetti importanti: primo, l’uscita progressiva dal carcere di circa 3.300 detenuti in forza del decreto che alza  da 12 a 18 mesi la pena residua che può essere scontata ai domiciliari (con un risparmio stimato di 375 mila euro al giorno) e, secondo, l’uscita dal circuito carcerario per gli arrestati in flagranza di reato. Ogni anno, infatti, delle 70 mila persone che entrano in carcere circa un terzo (21 mila) esce dopo appena 3 giorni: si tratta del cosiddetto fenomeno delle ‘porte girevoli’ che contribuisce ad ingolfare – e non di poco – l’intero sistema. Ebbene, d’ora in poi chi verrà arrestato in flagranza di reato non andrà in carcere, bensì nelle ‘camere di sicurezza’ di Questure e tribunali e solo se nelle 48 ore successive il fermo sarà convalidato o arriverà una condanna per direttissima finirà dietro le sbarre.<br />
Tra le altre novità, lo stanziamento di 52 milioni di euro per “potenziare, adeguare e mettere a norma” le strutture carcerarie, la delega al Governo per la depenalizzazione dei reati puniti con la sola pena pecuniaria (ad eccezione di quelli in materia di ambiente, edilizia, immigrazione etc.) e l’introduzione nel codice penale, tra le pene principali, della reclusione domiciliare (che potrà essere applicata solo per i reati oggi puniti con la reclusione fino a 4 anni e a certe condizioni).</p>
<p><strong>E adesso si pensi (anche) al lavoro carcerario</strong><br />
Misure apprezzabili o, per dirla con le parole del Guardasigilli, “doverose e necessarie”, anche se manca ancora all’appello ciò che più auspicavamo, ossia il potenziamento del lavoro carcerario attraverso il quale passa obbligatoriamente la rieducazione e la riabilitazione dei detenuti. Va detto, però, come ha tenuto a precisare il ministro Severino, che  «quelli approvati sono provvedimenti d’urgenza: la soluzione definitiva non può venire da queste norme, che sono un tampone, bensì da una riforma dell’intero sistema», quella stessa riforma che invochiamo da anni e che questa volta ci auguriamo arrivi in tempo utile.</p>
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		<title>Qualcuno guarda la Rai: i magistrati</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 12:29:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Duemila</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sprechi & privilegi]]></category>
		<category><![CDATA[RAI]]></category>

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		<description><![CDATA[La situazione è a dir poco preoccupante: nel 2009 le perdite sono ammontate a 79,9 milioni di euro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/cavallo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2001" title="cavallo" src="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/cavallo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Con una perdita di quasi 80 milioni di euro, anche nel 2009 la gestione finanziaria della Rai si è rivelata a dir poco fallimentare, così come del resto era avvenuto nel 2007, quando aveva chiuso a -4,8 milioni, o nel 2008, quando il profondo rosso aveva sfondato i 35 milioni. “Permangono e risultano accentuati i profili di criticità nella gestione già evidenziati nel precedente referto e, primo fra tutti, il persistente sbilancio negativo tra ricavi e costi, le cui ripercussioni sulla situazione economico-patrimoniale e finanzia- ria della Società stanno assumendo carattere strutturale e dimensioni preoccupanti”: è questo il giudizio della Corte dei conti sotto la cui lente sono finiti soprattutto i ricavi derivanti dai canoni di abbonamento (ed i relativi costi sostenuti per il Servizio pubblico) e quelli derivanti dall’attività commerciale (ed i relativi costi). Mentre la differenza tra i ricavi dai canoni ed i costi sostenuti per il Servizio pubblico continua ad essere negativa (-159 milioni nel 2007, -335 milioni nel 2008 e -337 milioni nel 2009), quella tra i ricavi ed i costi dell’attività commerciale continua ad essere positiva (114 milioni nel 2007, 149 milioni nel 2008 e 118 milioni nel 2009), ma non sufficiente a coprire il ‘buco nero’ che accompagna la voce canone.<br />
Nulla di strano, a ben vedere, considerato che il canone Rai è la tassa più odiata dagli italiani, oltre che la meno pagata: secondo le stime più recenti almeno un quarto degli italiani si ‘dimentica’ di versare l’annuale obolo a mamma Rai, provocando all’azienda un danno non indifferente e quantificato in oltre 500 milioni di euro.  Recuperarli, secondo i magistrati contabili, “potrebbe contribuire a riequilibrare la posizione economico-finanziaria della Rai”. Tutto ciò è ovvio, ma sarebbe quasi ora che, dalla parti di viale Mazzini, iniziassero ad interrogarsi sul perché il canone Rai sia la tassa più invisa agli italiani.</p>
<p>I conti? Un buco nero<br />
Un’azienda che ha registrato una perdita di 4,8 milioni nel 2007, di 37 milioni nel 2008 e di 79,9 milioni nel 2009 avrebbe bisogno di qualcosa di più ‘significativo’ di una lotta senza quartiere all’evasione.<br />
Altrimenti detto: non basta il recupero delle somme evase per risanare un’azienda che fa acqua da tutte le parti e confida in una tassa (odiosa e odiata) per non chiudere, ogni anno, in profondo rosso.<br />
La verità è forse un’altra: l’azien- da Rai è tutto fuorché un’azienda. Se lo fosse avrebbe già ridotto significativamente i costi e razionalizzato le proprie strutture. Avrebbe, per l’appunto. Ed invece, solo nel 2009, i compensi degli amministratori e dei sindaci sono ammontati a 2,5 milioni di euro, mentre tra “salari e stipendi, oneri sociali, TFR e trattamenti di quiescenza” degli 11.829 dipendenti (tra cui 12 medici ambulatoriali) se ne sono andati 903,6 milioni. Altri 163 milioni sono serviti, del resto, per le spese postali e telefoniche, i trasporti, le manutenzioni, la pulizie ed i servizi di archivio. Per non parlare delle consulenze: nel biennio 2008-2009, e limitatamente al solo settore giuridico-amministrativo, la Rai ha conferito incarichi di studio e di consulenza per 403 mila euro, tra cui uno da 76.500 euro per la “stesura del nuovo regolamento” ed un altro da 67.700 euro per la “consulenza e assistenza in materia di diritto comunitario e nazionale della concorrenza dei media”.<br />
Razionalizzare e contenere i costi così come ‘suggerito’ dalla Corte dei conti? Più facile a dirsi che a farsi.<br />
Un capitolo a parte meriterebbe la qualità del servizio offerto perché se è vero che il 26,5% degli italiani è allergico al pagamento del canone, è altrettanto vero che la qualità dei programmi trasmessi lascia a desiderare. Cosa è rimasto, infatti, della missione della Rai che dovrebbe essere quella di “produrre messaggi e modelli culturali attraverso i propri programmi, fornendo al tempo stesso una informazione ispirata alla salvaguardia dei principi della obiettività e del pluralismo”? Ecco di cos’altro bisognerebbe preoccuparsi, oltre che dei 500 milioni che mancano all’appello: della cultura. Perché del trash si occupano già altre emittenti.</p>
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		<title>La prova del&#8230; (cuoco) burocrate</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 12:28:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Duemila</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sprechi & privilegi]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando i bandi di gara sono un curioso mix tra gergo burocratese e ricettari degni di un gourmet, tra zuppe paesane e baccalà alla napoletana...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/catering.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1998" title="catering" src="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/catering-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Ci sono casi di burocratese che finiscono addirittura&#8230; in pentola! Un curioso mix tra il lessico involuto della Pubblica amministrazione ed un vero e proprio ricettario degno di un gourmet si rinviene nei bandi che affidano i servizi mensa di enti e uffici pubblici. Tra i tanti, ve ne proponiamo uno recentemente pubblicato per il “servizio di catering completo presso le mense” di due caserme (valore presunto 915.840 euro per il triennio 2012-2014).</p>
<p>Bilancino e microscopio per frutta e verdura<br />
Come vuole la migliore tradizione, anche in questo caso il burocrate non ha lasciato niente al caso: dopo aver stabilito che ciascun menù giornaliero – “che di norma non potrà ripetersi più di tre volte” nell’arco di 15 giorni – dovrà includere un pranzo e una cena composti da un primo piatto caldo (almeno 3 scelte di cui una dietetica), un secondo caldo (almeno 2 scelte più un piatto freddo), un contorno di stagione (almeno 2 scelte), pane, frutta di stagione (2 scelte), il tutto della migliore qualità e tassativamente senza OGM, e dopo aver dettato legge sull’igiene e sulla conservazione delle derrate, ecco che nell’allegato dedicato alle “specifiche tecniche” si precisa che i frutti da distribuire ai pasti dovranno pesare 140 gr. (arance, mele, pere, pesche, loti), tra 80 e 110 (mandarini e clementine), tra 40 e 80 (prugne e albicocche) e ancora tra 80 e 120 (nettarine), mentre saranno banditi dalle mense i frutti che “abbiano subito una conservazione eccessiva”, quelli che “portino tracce di appassimento, alterazione, guasto, fermentazione incipiente, ulcera- zione, ammaccature, abrasioni o screpolature non cicatrizzate, lesioni e spaccature, terra e materiale eterogeneo”, quelli “attaccati da parassiti animali o vegetali” e ancora quelli che “presentino distacco prematuro dal peduncolo (sgambatura) o morfo- logia irregolare dovuta ad insufficienza di sviluppo, a rachitiano, ad artrofia, a teratologia od altra anomalia”.<br />
Diktat ferrei anche per la verdura, che in generale dovrà essere sana, matura, asciutta, esente da difetti, con una menzione speciale per le patate: i tuberi dovranno essere dell’ultimo raccolto, pesare tra i 60 e i 270 gr., essere “sani, interi, puliti, privi di germogli, di forma e aspetto normali”, mentre saranno esclusi quelli che “presentino tracce di verde e di carpale, tracce di marcescenza, vacuosità bruna della polpa, cuore cavo, attacchi peronosferici, scortico di pala, ferite aperte o superate”. Con una eccezione: “Le screpolature, la discontinuità della buccia e l’imbrunimento non costituiscono difetto quando non ne pregiudichino in modo notevole l’aspetto”.</p>
<p>Siamo burocrati&#8230; o chef?<br />
E non finisce qui: in un altro allegato – 26 pagine – il burocrate ha infatti fornito la composizione dei principali piatti con tanto di grammature degli ingredienti. Un ricettario in piena regola, tra spaghetti, risotti, minestre di pasta e fagioli “alla casalinga”, brasati, pesci al forno, mozzarelle in carrozza, carciofi fritti dorati e via discorrendo.<br />
A leggere il lungo elenco, scopriamo così che la pasta all’amatriciana dovrà essere fatta con 100 gr. di spaghetti, 40 di pancetta (o guanciale), 70 di pelati, 10 di formaggio pecorino e altrettanti di olio e poi cipolla, sale e pepe “quanto basta”, mentre la zuppa paesana dovrà contenere 50 gr. di pasta corta, 30 di patate, 20 di pomodori maturi e altrettanti di zucchine, verze e cavolfiori, 15 di carote e di olio, 5 di spinaci e poi “formaggio parmigiano, preparato per brodo (con estratto di carne), cipolla, carota, sedano, sale quanto basta”, il riso filante 70 gr. di riso, 40 di mozzarella, 15 di prosciutto cotto, 40 di uova (per 100 porzioni), 6 di parmigiano e altrettanti di burro, con una spolverata, “quanto basta”, di noce moscata, sale e pepe. Non potevano poi mancare le specialità regionali: e allora ecco che per il baccalà alla napoletana serviranno 130 gr. di baccalà bagnato, 40 di pomodori pelati, 30 di olive nere, 15 di olio di semi, 10 di farina, 5 di concentrato di pomodoro, aglio, origano, capperi, prezzemolo sale e pepe quanto basta, per i saltimbocca alla romana 120 gr. di carne, 10 di olio di semi e altrettanti di farina e prosciutto crudo, 1 litro di vino (per 100 porzioni), salvia, sale e pepe quanto basta, per le melanzane dorate alla milanese 150 gr. di melanzane, 50 di farina e altrettanti di burro, 10 uova (per 100 porzioni) e sale quanto basta, per i peperoni alla siciliana 150 gr. di peperoni, 30 di cipolla, 10 di olio, aglio e sale quanto basta, per i piselli alla bolognese 100 gr. di piselli, 20 di concentrato di pomodoro, 8 di burro, 5 di pancetta, 3 di cipolla e, dulcis in fundo, sale e pepe&#8230; quanto basta. Bon appetit!</p>
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		<title>Perso il treno delle riforme liberali?</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 12:16:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Duemila</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Monti]]></category>
		<category><![CDATA[perso il treno]]></category>
		<category><![CDATA[riforme liberali]]></category>

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		<description><![CDATA[Dispiace dirlo, ma dal Governo Monti ci attendevamo ben di più: le annunciate liberalizzazioni si sono ‘sgonfiate’ ed i tagli alla spesa non convincono. Fallita una grossa opportunità? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/mario-monti2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1995" title="mario-monti2" src="http://www.ilduemila.com/wp-content/uploads/2012/01/mario-monti2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Dispiace doverlo dire, ma, da un Governo presieduto da Monti e Catricalà, considerati campio- ni dei mercati liberalizzati, ci attendevamo ben di più.<br />
Parliamo della partita delle liberalizzazioni che avrebbe dovuto qualificare la manovra e che, via via, invece, ha finito per annacquar- si, fino ad essere di fatto neutralizzata. La sensazione, dunque, è che si sia persa una grossa occasione: il Governo ha subìto passivamente le pressioni della lobby che hanno centrato l’obiettivo: bloccare un serio processo di liberalizzazione, potenzialmente in grado di portare importanti vantaggi per i cittadini.<br />
Il caso della vendita dei farmaci di fascia C da allargarsi alle parafarmacie e ai supermercati è emblematico. Non ci saranno: si è allargato solo e leggermente il ventaglio di prodotti farmaceutici offerti in questi due canali di vendita, ma nulla di sostanziale: nulla in grado di mettere davvero in competizione – a beneficio del paziente – farmacie, parafarmacie e supermercati.<br />
Quasi che il farmacista, addetto alla vendita nelle parafarmacie o nei vari corner, sia meno qualificato di quello delle farmacie tradizionali… Evidentemente, si vuole mantenere il concetto ‘dinastico’ in questo settore, anziché far svolgere alle parafarmacie un degno ruolo di presidio sanitario nel territorio.<br />
Cosa non ha funzionato? Hanno prevalso le lobby, i centri di potere che, manovrando, sono riusciti a far proseliti tra i parlamentari, tanto di centro-destra quanto di centro-sinistra. Un pizzico di delusione in più lo riserviamo, dunque, per la posizione del Pdl da cui ci saremmo attesi uno sforzo ed un atteggiamento più coraggioso. Ci si fregia, nel nome del Partito, del termine ‘Libertà’, ma in nome di quale libertà ci si è opposti alla proposta?<br />
Abbiamo un’Italia sull’orlo della recessione. Forse abbiamo già imboccato quella strada senza nemmeno accorgercene. Offrire nuove opportunità a chi fornisce beni e servizi così come a chi li consuma e favorire la concorrenza avrebbero potuto garantire una nuova spinta ai consumi, con prezzi ed offerte probabilmente più allettanti.  Non a caso si è detto che le liberalizzazioni creano un ambiente imprenditoriale propedeutico alla crescita e che l’apertura dei mercati può produrre, anche in tempi brevi, nuovi posti di lavoro. Non è automatico, ma è sicuramente una condizione necessaria.<br />
Le farmacie come le libere professioni ed i taxi: liberalizzazioni che non sono mai andate avanti in Italia, sia per l’esplosività del contenzioso politico ad esse legato ed all’interesse politico dei parlamentari a non scontentare qualche grande elettore sia perché le lobby fanno presto a minacciare la paralisi del traffico o dell’aspirina. E, a loro volta, le associazioni delle parafarmacie sono troppo deboli per reggere l’urto dei farmacisti. Così come leggero è il peso dei giovani architetti e avvocati che sostengono la meritocrazia e non gli Ordini.<br />
Simili preoccupazioni dovrebbero essere più lievi per un governo di tecnici eppure la gestazione delle misure di deregulation è stata un entra-ed-esci. Risultato: i taxisti cantano vittoria, i farmacisti pure e gli Ordini hanno allontanato l’amaro calice.<br />
Certo è che il Governo Monti, rinunciando a liberalizzare, ha dato prova di una oggettiva debolezza. Che mai potrebbe fare se fosse chiamato a metter mano agli interessi dei grandi monopoli: ad esempio gas ed autostrade? Anche su queste ultime, l’Esecutivo dei tecnici ha sicuramente segnato il passo. La materia autostradale rientrava, in un primo tempo, tra le competenze della nuova Authority dei trasporti, nel secondo tempo invece ne è rimasta fuori.<br />
Cosa è successo nell’intervallo? Insomma: alla fine di questo round hanno purtroppo prevalso i ‘poteri forti’. I privilegi dei ‘padroni del vapore’ non sono ancora stati rimossi, anzi. Questa è la vera casta. Non una ‘casta di persone’, bensì una vera ‘casta di categoria’.</p>
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