All’Italia servono Riforme, non Manovre
Un liberale come Antonio Martino, nell’esprimere il voto contrario alle varie manovre dell’attuale e del precedente Esecutivo, ha più volte detto che al nostro Paese “non servano manovre, ma riforme”.
Martino ha ragione. In quest’ultima manovra c’è stato un abbozzo di riforme sulle pensioni e, con toni più sfumati, sulle liberalizzazioni. Di riforme, poi, tanto e sempre si parla: innanzitutto del Fisco, la cui ridiscussione è stata invocata da più parti, ma mai attuata. La riforma più importante è un’altra, però: quella che ridiscute l’architettura della Repubblica dalla base al vertice.
Contrapposizioni sterili
Guardiamo i due poteri principali: legislativo ed esecutivo, Parlamento e Governo. Nel nostro Paese si sono succedute diverse stagioni. Nella Prima Repubblica c’era ingovernabilità, ma solo interna al Pentapartito per cui, fermi i cinque di maggioranza, si alternava esecutivo ad esecutivo senza mai cambiare i ‘colori’ degli stessi. Dal 1994 in poi viviamo invece una stagione di difficile governabilità. I motivi? Si fatica a riconoscere il merito dell’avversario, cui spesso ci si contrappone senza condizioni ed in modo assolutamente sterile. Anche la legge elettorale, che dà troppo potere ai partiti, non contribuisce a lenire questo latente conflitto.
A ciò si aggiunga che, oggi, i partiti non sono più presenti nei gangli vitali della società. Un tempo erano ben rappresentati nelle Acli, nel sindacato, nelle aziende statali (spesso questo rapporto degenerava, ma dimostrava che la politica era connessa con la società). Con la Seconda Repubblica, il quadro è mutato: quei posti sono ormai dei ‘boiardi di Stato’, personaggi per lo più autoreferenziali, che plaudono con entusiasmo al Governo dei tecnocrati.
Nuova legge elettorale
In un simile scenario si comprende quanto importante sia la riforma elettorale.
L’architettura dello Stato va ridiscussa partendo da qui: serve una legge elettorale moderna che muova dal presupposto – innegabile – di un dimezzamento del numero dei parlamentari. Sono troppi: molti non partecipano, altri sono defilati, altri poco produttivi. Ma non è solo questione di quantità dei rappresentanti. Anche la qualità va ridiscussa. Per questo occorre lavorare ad un percorso credibile di accesso al Parlamento, con limiti di mandati ed un rinnovato rapporto col territorio di elezione. Come mai oggi il condannato in primo grado per peculato non può fare il sindaco di un piccolo Comune, ma può sedere in Parlamento? Su questo terreno servono regole certe: o per legge o come codice di autoregolamentazione dei partiti che non devono proteggere sempre tutti da tutto.
Tre possibili scenari
Questa la strada: una matura riforma elettorale. Certo, su questa via, un bivio importante sarà la pronuncia della Consulta sul referendum elettorale.
Se la Corte costituzionale ammetterà il referendum si potrebbero verificare almeno tre scenari. I partiti potrebbero correre al voto per beneficiare un’ultima volta del Porcellum. Oppure potrebbero attendere la sua abrogazione puntando poi sul vecchio Mattarellum tornato in vigore, dando luogo ad un sistema sostanzialmente bipolare cui seguirebbero problemi di governabilità analoghi agli attuali.
Terza ipotesi: il Parlamento potrebbe riformare la legge elettorale prima del voto referendario. Forse la soluzione auspicabile, ma attenzione a non ripiombare nella situazione ante 1994!
Ecco il presidenzialismo
Per neutralizzare un simile effetto collaterale si deve imboccare la strada del presidenzialismo. L’esempio, anche qui, viene dal basso: nei Comuni e nelle Province c’è un vincolo forte tra sindaco/presidente-maggioranza che lo sostie- ne ed elettorato: così si elegge una persona e non la si può cacciare dopo qualche mese con i ‘giochi di palazzo’.
Finora con Berlusconi premier non c’erano probabilmente le condizioni per una riforma in senso presidenzialista. In troppi l’avrebbero letta come un plebiscito a favore o contro la sua persona. Oggi, però, si può ragionare su una simile soluzione: elezione diretta del Capo dello Stato, munito di ampi poteri come in Francia. Una ipotesi suggestiva che richiederà, comunque, una ampia condivisione. Vale la pena provarci.

